Elezioni del 4 marzo: il voto degli italiani all’estero e gli scenari politici nei commenti dei principali giornali

Sono in corso le operazioni di voto per corrispondenza degli elettori residenti all’estero, i quali devono compilare la scheda elettorale e un tagliando comprovante l’avvenuto esercizio del voto, da inviare poi ai consolati di riferimento.

Le “schede estere” saranno trasportate in Italia dopo il 1° marzo e quindi scrutinate insieme a tutte le altre dopo la chiusura delle urne alle ore 23.00 del 4 marzo.

In questo documento evidenziamo in particolare alcuni aspetti del voto all’estero che presenta molte diversità rispetto a quello svolto nel territorio nazionale:

  • Il meccanismo di voto prevede la possibilità di esprimere voti di preferenza.
  • Oltre ai principali partiti presenti in Italia, sono in campo movimenti politici esistenti nei soli territori (“ripartizioni”) in cui è suddivisa la Circoscrizione Estero.
  • La quota di parlamentari eletti all’estero è pari a 6 senatori e 12 deputati. Una quota che, in assenza di una forza politica o di una coalizione di partiti forte della maggioranza, potrebbe giocare un ruolo nella costruzione dei rapporti di forza nel nuovo Parlamento.

Il meccanismo di voto

Questa è la rappresentanza parlamentare spettante alle “ripartizioni” territoriali in cui è divisa l’unica Circoscrizione Estero, chiamata ad eleggere 6 senatori e 12 deputati.

 

Ripartizioni della Circoscrizione Estero

Senatori spettanti

(tot. 6)

Deputati spettanti

(tot. 12)

Europa (compresi i territori asiatici della Russia e della Turchia) 2 5
America meridionale 2 4
America settentrionale e centrale 1 2
Africa-Asia-Oceania-Antartide 1 1

 

Le modalità di formazione delle liste elettorali e di voto sono indicate nella “Legge Tremaglia” del 2001:

  • in ogni ripartizione vengono presentate liste di candidati appartenenti a singoli partiti
  • i partiti non devono indicare l’eventuale alleanza in coalizione con altri partiti
  • a differenza che per i parlamentari eletti nel territorio nazionale, all’estero esiste il voto di preferenza. A fianco del simbolo del partito prescelto, l’elettore ha la facoltà di esprimere di proprio pugno l’indicazione di uno o due (a seconda del numero massimo di eletti che quella ripartizione può esprimere) candidati in lista.

Gli ‘schieramenti in campo’

I principali partiti hanno presentato proprie liste in tutte le ripartizioni della Circoscrizione Estero. Si segnala la scelta di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia di presentare liste unitarie (invece la “quarta gamba della coalizione di centrodestra, Noi con l’Italia, si muove in autonomia). Il PD e i suoi alleati hanno ognuno le proprie liste.

In aggiunta sono presenti le liste di movimenti politici non esistenti solo all’estero, soprattutto in Sud America e in Europa dove ci sono le più numerose comunità italiane. I più rilevanti sono:

  • Maie (Movimento associativo degli italiani all’estero);
  • Unital (Unione Tricolore America Latina);
  • Usei (Unione sudamericana emigrati italiani)
  • Movimento per le libertà, presente in Europa e vicino al Centrodestra

Tra i candidati all’estero figurano vari parlamentari in carica, già eletti all’estero nella precedente o nelle precedenti legislature:

  • Due parlamentari nella Civica Popolare del Ministro Lorenzin:
    • Aldo Di Biagio (da ultimo in Area Popolare), candidato alla Camera in Europa
    • Renata Bueno, eletta nel 2013 con la lista USEI, candidata alla Camera in Sud America
  • Un nutrito gruppo di parlamentari uscenti del PD:
    • Francesca la Marca, ricandidata alla Camera in America centro-settentrionale
    • Gianni Farina, ricandidato alla Camera nella ripartizione Europa
    • Alessio Tacconi, eletto all’estero con il M5S e poi passato al PD durante la legislatura, ricandidato alla Camera nella ripartizione Europa
    • Laura Garavini, che corre per il Senato nella ripartizione Europa
    • Fabio Porta, deputato da due legislature, ora candidato al Senato nella ripartizione America Meridionale
  • Ricardo Merlo, leader di Maie, volto noto della comunità italiana in Argentina, deputato in carica da due legislature con il più alto numero di preferenze tra i parlamentari esteri, ora candidato al Senato nella ripartizione America Meridionale.

Il possibile ruolo degli eletti all’estero nel nuovo Parlamento

Come richiamato nella scorsa nota (16 febbraio), le ultime elaborazioni prima dello stop alla pubblicazione dei sondaggi preconizzavano la probabile assenza di una forza o di una coalizione in grado di avere la maggioranza assoluta dei seggi nelle nuove Camere:

Liberi e Uguali Centro-Sinistra Movimento 5 Stelle Centro-Destra  Tot. seggi
Seggi Camera 26 166 145 281 618 (cui si aggiungeranno 12 seggi assegnati all’Estero)
 Seggi Senato 11 92 72 134 309 (cui si aggiungeranno 6 seggi assegnati all’Estero e i 6 senatori a vita in carica)

Ammesso che la composizione di Senato e Camera fosse simile a quella sopra descritta e la situazione post-voto fosse molto fluida, i parlamentari eletti all’estero, soprattutto quelli appartenenti a movimenti non riconducibili ai “partiti italiani”, potrebbero contribuire a determinare gli equilibri.

Gli scenari disegnati dai commentatori dei principali giornali

SA ha svolto una nuova lettura critica dei principali commenti politici sui giornali più diffusi e rappresentativi  di vari posizionamenti nel periodo 17-26 febbraio, monitorando in particolare:

  • Corriere della Sera;
  • Repubblica;
  • Stampa;
  • Fatto Quotidiano;
  • Il Giornale.

I temi trattati con particolare approfondimento sono:

  • Gli scenari post-voto
  • La situazione dei partiti

1) Gli scenari post-voto

Commento di SA:

  • Si sono moltiplicati i commenti relativi alla necessità di non dare per scontato lo scenario delle “larghe intese” tra PD e Forza Italia insieme ad alcuni loro alleati.
  • Viene osservato che, sommati tra loro, PD e FI potrebbero non raggiungere la maggioranza dei seggi di Senato e Camera.
  • Si registra la sensazione che il M5S voglia di voler essere in qualche modo parte “del gioco” per la formazione del governo ma che il candidato premier Di Maio abbia difficoltà a individuare una precisa linea d’azione.
  • Al di là dell’essenziale dato numerico, emergono altri plausibili ostacoli alle “larghe intese”:
    • il rischio dei partiti di sommare, allo scontento della propria base elettorale per eventuali accordi post-voto con gli “avversari” di oggi, un calo dei consensi a fronte dei delicati dossier che il prossimo governo dovrà affrontare (conti pubblici; immigrazione; possibile nuova legge elettorale che sostituisca il Rosatellum);
    • le incertezze prodotte di riflesso in Italia dall’usura che la Grosse Koalition – il modello europeo per eccellenza delle “larghe intese” – sta mostrando in Germania.

La Stampa – Marcello Sorgi – 26 febbraio
“L’idea di Di Maio che il Pd e gli alleati possano acconciarsi a un ‘accordo di programma’ con i 5 Stelle ‘senza scambi di poltrone’ è semplicemente fuori dal mondo: da sempre programmi e composizione del governo sono ansati di pari passo, ed è verosimile che fin dall’inizio della trattativa i potenziali alleati chiedano di discutere anche sul presidente del Consiglio. Allo stesso modo la regola del centrodestra – ‘chi ha un voto in più indicherà il premier’ – è scritta sull’acqua: se i numeri dovessero consentire un esecutivo di larghe intese, Berlusconi sarebbe il primo a dimenticarsene, e forse non solo lui”.

Corriere della Sera – Massimo Franco – 24 febbraio
“Non si deve pensare ce la visita di Di Maio al Quirinale nasca davvero dall’esigenza di avere il placet del capo dello Stato a una lista di ministro del M5S. Intanto, il candidato premier del Movimento sa che quasi certamente non avrà seggi sufficienti per formare una maggioranza (…) In secondo luogo, un’iniziativa del genere è un gesto di cortesia (…) ma irrituale alla vigilia del voto (…) La richiesta di udienza ha altro obiettivo: confermare che i Cinque Stelle vogliono partecipare alle trattative per la formazione dell’esecutivo dopo il 4 marzo”.

La Repubblica – Claudio Tito – 21 febbraio

“In questa campagna elettorale che deve fare i conti con il neonato Rosatellum spunta all’orizzonte una prima vittima: le larghe intese. Ossia l’accordo tra Pd e Forza Italia. Una sorta di uscita di emergenza immaginata fin dall’inizio per rimediare alla probabile impasse elettorale e frenare l’ascesa del M5S. Ma il progetto di rigenerare il patto del Nazareno rischia di arenarsi proprio su quella stessa impasse. I motivi sono numerici e politici. Ormai quasi tutti i partiti in gara – e in modo particolare i forzisti e i democratici – hanno iniziato a muoversi dando per scontato che non ci saranno i seggi sufficienti per formare quel tipo di alleanza. La somma di berlusconiani e renziani, insomma, potrebbe non essere in grado di sostenere un governo. Per di più ci sono altri tre aspetti che stanno agitando i sonni di tutte le forze politiche. E che le stanno spingendo ad assumere un atteggiamenti prudente sulle prossime responsabilità di governo. Il primo riguarda la necessità di dover mettere mano in primavera ai nostri conti pubblici. Il secondo punto è la Libia e l’immigrazione. L’equilibrio raggiunto con le diverse fazioni libiche è piuttosto precario. Aggiungere anche la precarietà “italiana” con un governo appeso al filo di qualche transfuga potrebbe far riesplodere l’emergenza. E infine una riforma elettorale che difficilmente sarà evitabile se davvero l’esito delle urne sarà incerto come annunciano le previsioni.

La Repubblica – Stefano Folli – 21 febbraio
“La stessa formula delle larghe intese si ispira in modo palese alla grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd cui i tedeschi hanno fatto ricorso nei momenti di difficoltà. Si capisce allora quali conseguenze dirette o indirette può avere l’indebolirsi del bastione germanico. Un’eventualità tutt’altro che remota se si considera il quadro precario nel quale nasce – se davvero nasce – la riedizione dell’alleanza tra democristiani e socialisti. Non a caso il Pd si aggrappa oggi alle larghe intese con Berlusconi – il nemico storico – come a un’ancora di salvezza, pur sapendo che i numeri in Parlamento potrebbero essere insufficienti. Una Germania forte e stabile sarebbe indispensabile per puntellare quella speranza nell’incerta stagione che si aprirà dopo il voto e che avrà nel presidente della Repubblica il suo regista. Quanto al centrodestra, la contraddizione è ancora più evidente. Berlusconi fa leva sulla filosofia europeista di Angela Mekel per distinguersi da Salvini, seguace di Marine Le Pen e dell’unghere Orban. Anche lui ha bisogno che la cancelliera resti nei prossimi anni il baluardo dello status quo”.

Corriere della Sera – Massimo Franco – 17 febbraio
“Rimane l’incertezza su quanto potrà accadere dopo. Non a caso, analizzando le incognite del sistema elettorale, Gentiloni non esclude ‘sorprese’. E ammette che ‘se nessuno sarà autosufficiente si troverà la strada per un governo stabile’. E’ un rinvio obbligato al capo dello Stato. E insieme la conferma di un’incertezza che rende plausibili tutti gli scenari: perfino i più impensabili. La sensazione è che non basterà ragionare in base ai paradigmi validi finora. Si comincia invece a riflettere su altri scenari. E ci si chiede sotto voce se le inversioni a ‘u’ delle ultime settimane da parte dei Cinque Stelle e di Di Maio su Europa e moneta unica, per citare le più vistose, non preludano a qualcosa di più”.

2) La situazione dei partiti

Commento di SA:

  • In commenti dell’ultimo periodo è stato fatto più di un riferimento:
    • alla fatica dei partiti, almeno in base agli ultimi sondaggi pubblicati prima dell’embargo sulla loro pubblicazione scattato il 17 febbraio, di spostarsi dalle tendenze di voto definite in modo sostanzialmente unanime dai maggiori istituti di ricerca;
    • a un clima di generale disillusione che sembra viversi all’interno degli stessi partiti (che affrontano oggi la prima campagna elettorale senza più alcuna forma di finanziamento pubblico e quindi con meno risorse a disposizione).
  • Un tema che infine, sul piano dei possibili assetti post-voto nel complesso scenario dei partiti politici, si è fatto in parte spazio è quello relativo a recenti prese di posizione di Romano Prodi, che secondo Repubblica starebbe già lavorando per un centrosinistra nuovamente unito e che punti sulla figura del premier Gentiloni.

Il Giornale – Adalberto Signore – 25 febbraio
“È certamente la campagna elettorale meno ‘popolare’ di sempre, visto che i comizi di queste settimane si contano sulle dita di una mano mentre non s’è vista l’ombra di un confronto pubblico tra i vari sfidanti in campo. Per non parlare del Rosatellum (…) certamente ‘antipopolare’ visto che ben oltre il 70% dei futuri parlamentari sono stati decisi dalle segreteria dei partiti e di fatto imposti agli elettori”.

La Stampa – Marcello Sorgi – 17 febbraio
“L’ultima serie di sondaggi ha confermato le tendenze già note, senza variazioni significative: nessuna delle tre forze in campo è in grado di arrivare alla maggioranza, tranne forse il centrodestra che tuttavia ancora non può vantare alcuna certezza. I 5 Stelle non risentono del caso falsi bonifici e mancate restituzioni. Il Pd è in calo. Due dei suoi alleati, Civica Popolare del ministro Lorenzin e Insieme dei cattolici, socialisti e verdi associati rischiano di non superare la soglia di sbarramento dell’1 per cento, cioè di disperdere i voti. L’unica vera novità riguarda la lista Bonino-Tabacci ‘Più Europa’, accreditata del 3,5 per cento, oltre la soglia in cui i voti si sommerebbero con quelli del Pd”.

La Repubblica – Claudio Tito – 17 febbraio
“Non è un caso che questa sia la prima tornata elettorale nazionale senza il finanziamento pubblico. La sua abolizione è il corollario di quel che sta avvenendo. E’, appunto, una campagna misera. Non esiste. Sono venuti meno i vecchi strumenti di comunicazione con i cittadini-elettori e non ne sono nati di nuovi. Si rifugge il dialogo ma anche il confronto”.