Quale governo? Stallo, scacco matto o trasformismo?

(Nota del 13 marzo 2018)

Le democrazie rappresentative e pluralistiche hanno tre obiettivi: rappresentare nei Parlamenti le diverse opinioni politiche dei cittadini, esprimere governi possibilmente stabili, produrre decisioni utili alla più vasta platea possibile di cittadini.

Il primo obiettivo, dopo le elezioni del 4 marzo, sembra raggiunto. La legge elettorale, pur con le sue contorsioni, ha fatto emergere una fotografia abbastanza fedele e non distorta di ciò che gli italiani pensano.

Il secondo obiettivo, il governo stabile, non sembra invece un risultato facile da conquistare.

Il primo partito (M5S) non può governare da solo: gli mancano 89 voti alla Camera e 47 al Senato. Di certo non gli basterebbero pochi voti provenienti da una parte di Liberi e Eguali o da piccole frange del PD vicine alle posizioni di Michele Emiliano.

La prima coalizione (il centrodestra a guida Salvini) ha bisogno di 51 voti alla Camera e 21 al Senato: non le basterebbero i voti di quegli eletti del M5S espulsi dal Movimento in campagna elettorale, che sono 5 alla Camera e 3 al Senato.

Eliminate queste due possibilità si entra nel regno delle alchimìe, cioè di alleanze innaturali che agli elettori non erano state prospettate. Sulla carta, i partiti meno distanti, al di là di ciò che essi affermano circa le divergenze dei loro programmi, sono quelli di Lega e M5S. Un’alleanza tra questi due partiti avrebbe i numeri per governare. Ma a che costo?

Se Salvini avesse ottenuto meno voti di quelli che ha conquistato nelle urne, forse tale ipotesi sarebbe stata percorribile. Ma visto il suo grande successo, se Salvini andasse da solo al governo con Di Maio perderebbe la leadership del centro destra, cioè di una coalizione forte del 37% dei voti.

Se, invece, Salvini provasse a portarsi dietro anche Forza Italia, ammesso e non concesso che Berlusconi possa accettare, di sicuro il M5S alzerebbe barricate contro l’ex cavaliere, considerato da Di Maio espressione dell’Ancien Regime peggiore, insieme a Renzi.

Il Pd è saldamente intenzionato a sfidare dall’opposizione sia Di Maio che Salvini, mentre una riedizione del patto Pd-Forza Italia non avrebbe i numeri e scatenerebbe ulteriori spaccature sia nel Pd che all’interno del centrodestra.

La situazione è di stallo. Ma un governo l’Italia deve pure averlo. In attesa che il presidente Mattarella risolva questo rebus complicatissimo, il governo Gentiloni, che si dimetterà appena insediato il nuovo Parlamento, potrà e dovrà limitarsi a gestire solo gli “affari correnti”, ovvero:

  • non potrà avviare nuove iniziative legislative, ad eccezione di eventuali decreti-legge per fronteggiare emergenze;
  • potrà presentare al parere del Parlamento schemi di decreti legislativi i cui termini siano in scadenza, oppure “atti dovuti” come il DEF (a questo scopo Senato e Camera per prassi istituiscono – prima della formazione delle Commissioni permanenti – la “Commissione speciale per l’esame degli atti del governo” che, per esempio nel 2013, prima dell’insediamento del governo Letta, esaminò il Def presentato dall’esecutivo Monti, da tempo dimissionario ma ancora in carica per il “disbrigo degli affari correnti”);
  • potrà emanare altri atti, prescritti da norme in vigore, per i quali non sia necessario il parere del Parlamento.

Il governo Gentiloni sarà ingessato per due motivi: è espressione del partito che è uscito pesantemente sconfitto alle elezioni e la sua linea programmatica è distante mille miglia da quelle di Di Maio e Salvini. L’idea di innestare nel governo Gentiloni alcuni ministri graditi a M5S e Lega sembra piuttosto impraticabile sia perché gli elettori dei due partiti vincenti non la prenderebbero bene sia perché il Pd non credo abbia voglia di portare troppo a lungo la croce del Governo in nome e per conto di chi, per giunta lo ha sconfitto.

Naturalmente la fantasia politica italiana è un universo in espansione e tutto può succedere.

Ma c’è un dato che comunque va tenuto presente: sia il M5S che il centrodestra a guida leghista sono sicuri che se si andasse a votare a breve guadagnerebbero ancora voti e ciascuno dei due coltiva il sogno di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. Questo comporta che nessuno dei due avrà voglia di “tradire” il proprio elettorato accettando compromessi o non mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale.

Per questo si profilano ipotesi di un governo di decantazione del clima politico, ispirato direttamente dal capo dello Stato, che consenta a ciascun partito di continuare a difendere le proprie posizioni, ma obblighi tutti a trovare una convergenza minimale su pochissimi ineludibili punti, con lo scopo di traghettare l’Italia verso nuove elezioni entro pochi mesi, sulla base di una legge elettorale che dovrebbe mettere tutti d’accordo. Chissà….Se questa ipotesi passasse la prossima legge di Bilancio sarebbe più o meno incolore, quasi il prolungamento di un esercizio provvisorio a legislazione corrente, con la richiesta all’Europa di lasciarci per qualche mese in una sorta di limbo e rimandando alla fine del 2018 (all’inizio del 2019) le misure necessarie per rispettare il patto di stabilità.

In questo caso il terzo obiettivo della democrazia rappresentativa italiana non sarebbe raggiunto: nei prossimi mesi, invece di decisioni utili ed efficaci assisteremmo ad un rinvio di scelte mentre continuerebbe la campagna elettorale finalizzata ad accentuare le posizioni per conquistare ulteriori consensi. Con quali conseguenze?

Un periodo breve di stallo è sopportabile. Una prolungata assenza di governo, invece, sarebbe un pericoloso attentato alla ripresa che si è messa in moto e che sarebbe soffocata dall’incertezza e dall’instabilità.

Ultima ma non peregrina ipotesi è che, passato un periodo di raffreddamento delle polemiche e in vista di possibili elezioni anticipate, alcuni parlamentari, pur di restare in carica e assicurarsi i relativi benefici, darebbero un “aiutino” a chi glielo chiederebbe e così, per motivi poco nobili, una maggioranza alla fine si troverebbe. Per far cosa non si sa. La sedicente Terza Repubblica nascerebbe vecchia con una tara più che centenaria, quella del trasformismo, ma in una versione che farebbe rivoltare nella tomba il suo ideatore, Agostino Depretis.

 

Giuseppe Mazzei
Strategic Advice
Senior Council